BAUER E RUGGIERO SI ACCAPARRANO PUBMED

(PUBMED-BAGGING WITH BAUER AND RUGGIERO)

CLAUS JENSEN

TRADUZIONE A CURA DEL TIG (www.tig.org.za)

http://tig.org.za/the_hiv_symposium/

… Il comitato organizzatore merita di essere riconosciuto per aver accettato Rethinking AIDS come associazione legittima coinvolta nella lotta contro l'AIDS. Difatti, l'organizzazione accettò il prof. Marco Ruggiero, il membro italiano del comitato di direttori di Rethinking AIDS, come rappresentante qualificato della comunità dell'HIV-AIDS e gli accordò l'iscrizione gratis e l'accesso a tutti gli eventi, ivi inclusa la sontuosa gala nel mondialmente famoso Palazzo della Signoria, sede della famiglia Medici ai tempi del Rinascimento (scambio tra Ruggiero e Crowe: La fine del dissenso).

Il post più recente nel blog di Henry Bauer inizia spiegando perché una vecchia questione fa notizia un'altra volta:

“Il Giornale italiano di anatomia ed embriologia (inserto del v. 116, n. 1, p. 157 del 2011) pubblicò il riassunto apparso su “Il ripensamento dell'AIDS presentato nei Convegni delle correnti principali" (postato il 29 Settembre 2011). Adesso, la letteratura della corrente principale contiene questo riassunto dei difetti cruciali nella teoria dell'HIV-AIDS, su un giornale estratto da PubMed”.

In effetti, c'è una ragione per celebrare i dissidenti ogniqualvolta riescono a dire la loro in qualsiasi foro pubblico. Tuttavia, così come Bauer ci informa, abbiamo già celebrato con lui l'inclusione di questo articolo su un foro della corrente principale, quindi quale sarebbe il significato di riuscire ad avere un riferimento su PubMed in questa maniera alquanto tortuosa? La risposta onesta è che non ha molta rilevanza – a parte il fatto di essere il fiore all'occhiello dell'autore.

Alla luce di questo, la domanda che ci poniamo sarebbe perché Bauer fa finta che ci sia qualcosa di nuovo o di straordinario nel riuscire ad ottenere un riferimento su PubMed? Abbiamo precedentemente documentato come lui e gli amiconi di Rethinking AIDS siano impegnati a riscrivere la storia della dissidenza per mettere se stessi al centro di essa, ciò che potrebbe essere semplicemente capito come lo sforzo per lasciare la loro impronta ovunque nella lotta per il territorio dissidente. Tuttavia, sembra di esserci in gioco qualcosa di ancora più fondamentale. Abbiamo commentato diverse volte il desiderio crescente di Rethinking AIDS di essere accettata dalla corrente principale, o addirittura di far parte di essa. La loro lotta per guadagnarsi l'accesso nella buona società li portò a dichiarare “La fine del dissenso”, ad identificare se stessi come seguaci di Luc Montagnier, e anche a sostenere l'esistenza del virus dell'immunodeficienza umana e del suo ruolo da cofattore nell'AIDS. In specie da quando gli articoli di Duesberg e coll. e Ruggiero e coll. sono stati ritrattati dal giornale “Medical Hypotheses”, abbiamo visto queste danze celebratorie ogniqualvolta i membri del comitato di Rethinking AIDS riescono a fare in modo di pubblicare qualsiasi cosa, indipendentemente da quanto sia banale.

Così come dimostrato dall'ultimo post di Bauer, l'accaparrarsi riferimenti della corrente principale è una fine in se stessa, il merito può essere trasformato in capitale a disposizione dei dissidenti, e la metafora spinge a domandare: come si fa a disperdere quel “capitale”? Qualche esempio recente sarebbe istruttivo. Di recente, quando qualcuno chiese a Marco Ruggiero se per quanto riguarda l'isolamento del virus fosse d'accordo con Peter Duesberg, Henry Bauer o il Gruppo di Perth, lui offrì il seguente “chiarimento”:

“Sono d'accordo col prof. Duesberg e con Bauer. Tuttavia, ho poco interesse nella retrovirologia metafisica, gestisco un laboratorio e faccio ricerca, mentre molti altri parlano solamente” (mail di Ruggiero nell'Ottobre 2011).

In altre parole, il Gruppo di Perth parla soltanto, non sono scienziati veri, e quindi dovrebbero essere scartati d'acchito. Dall'altra parte, i prof. Duesberg e Bauer sono dei ricercatori veri, nonostante nessuno di loro abbia mai lavorato con “l'HIV” - ciò vuol dire che Ruggiero concorda automaticamente con entrambi i loro punti di vista incompatibili. Se questo genere di snobismo difensivo risultasse al lettore qualcosa di familiare, è perche si tratta dell'argomento di base adoperato dalla corrente principale contro tutti i dissidenti dell'AIDS. Così come abbiamo segnalato su un post precedente, l'elenco di giornali, organizzazioni e celebrità scientifiche che si congratulano con se stessi, che adesso “accettano il dissenso” e che proruppero in modo trionfante dal computer di Ruggiero in occasione del convegno italiano sull'AIDS e retrovirus che ebbe luogo a Firenze nel 2011, segnarono davvero “La fine del dissenso”, per quanto riguarda Ruggiero e Rethinking Aids. Adesso sono apertamente antidissenso e addirittura più veloci degli apologisti dello establishment nell'adoperare le loro credenziali della corrente principale, reali o immaginarie, come mazza con la quale picchiare i dissenzienti.

Ma gli ultimi esempi non si limitano a Ruggiero. Nel momento in cui Bauer e' stato informato che un'altro blogger aveva fatto un commento su uno dei suoi post, ha risposto in maniera impulsiva quanto segue:

“Siccome quel blogger è anonimo, non c'è alcun modo di scoprire se lui o lei ha qualcosa della formazione richiesta se si volesse essere un esperto in questioni scientifiche. … Confrontate le credenziali di “Orac” con le mie, guardate il mio curriculum, i libri e gli articoli che ho scritto, ed in particolare le critiche uniformemente positive ai miei libri sulla scienza e la pseudoscienza” (Bauer, Novembre 2011).

Bauer condivide i sentimenti di Ruggiero, e cioè, se qualcuno non è all'altezza delle sue credenziali, e come se non bastasse non concorda con lui, perché mai dovrebbe preoccuparsi di ciò che dice? (Nel caso di “Orac”, lui non aveva niente da dire, e difatti il suo argomento contro Bauer era simile all'argomento di Bauer contro  lui).

In un'altro scambio recente di mail, Duesberg, Crowe, Bauer e Ruggiero hanno espresso le loro opinioni scientifiche sull'ultima dichiarazione del Gruppo di Perth in questa maniera: “bizzarra”, “triste”, “non è né scienza ma nemmeno politica convenzionale. Stanno invecchiando?” L'ultimo commento proviene da Duesberg, perciò desumiamo che la sua ricerca di laboratorio e le buone compagnie che frequenta lo hanno fatto diventare un esperto non solo nella differenza tra scienza e politica, ma anche nella sottile distinzione tra politica convenzionale e non convenzionale.

Ecco il nonconformista preferito di Rethinking AIDS che si fa beffe del Gruppo di Perth per il fatto di non essere “convenzionale”, ciò che concorda completamente col nuovo stile di Rethinking AIDS di ripensare in modo rispettabile. Come al solito, nonostante tutta la condiscendenza e la compiacenza presente nello scambio degli otto mail, non c'erano dettagli su quello che i distinti scienziati pensavano fosse “triste”, “bizzarro” oppure “non scientifico”. Non c'è nemmeno il più minimo accenno che qualcuno di loro abbia letto e preso in considerazione la dichiarazione sulla quale facevano il commento, ma il messaggio è alquanto chiaro: nella ricerca altezzosa dei trofei di PubMed, i politici e gli scienziati convenzionali di Rethinking AIDS ritengono che loro non siano costretti a coinvolgersi col gruppo che rappresenta il punto di vista della maggioranza dei ripensatori.

A questo punto, i dissidenti che ancora credono di aver a che fare con la sostanza degli argomenti delle persone, anziché di aver a che fare solamente col loro record di pubblicazioni oppure col numero di medaglie nel loro petto, potrebbero domandare in cosa consiste “il riassunto dei difetti cruciali nella teoria dell'HIV-AIDS” che Bauer e Ruggiero riuscirono a far in modo che fossero presi come riferimento su PubMed. La risposta sarebbe che non c'è alcun riassunto. Loro fanno l'elenco di un paio di cose (in sostanza, i favoriti di Bauer riguardo le disparità razziali nella prevalenza dell'HIV) che secondo gli autori sarebbero paradossali nell'epidemiologia dell'HIV. Poi, loro passarono ad offrire la spiegazione secondo la quale questi “difetti” siano in realtà dovuti:

“alle debolezze nei test dell'HIV, e cioè, la probabile ragione per cui almeno qualche enigma difficoltoso e anche i dati contraddittori sembrano inspiegabili ” (scambio tra Bauer e Ruggiero).

Se la teoria di Bauer e Ruggiero fosse corretta, ciò vorrebbe dire che le questioni da loro elencate non sono collegate ad alcun difetto nella teoria dell'HIV-AIDS. I test difettosi sul piano tecnico sono semplicemente test difettosi, e cioè, problemi tecnici che non possono mai essere tradotti in una teoria difettosa. Se “i difetti nella teoria dell'HIV-AIDS” riassunti dagli autori potessero essere giustificati così semplicemente, non potrebbero certamente essere “cruciali”. Difatti, se il lettore volesse veramente trovare riassunti estratti da PubMed sui difetti nella teoria dell'HIV-AIDS basati sull' epidemiologia, dovrebbe semplicemente fare una ricerca su Peter Duesberg. Analogamente, se si volessero trovare riassunti estratti da PubMed (e molto altro ancora) sulle “debolezze dei test dell'HIV” in Africa ed altrove, cfr.: qui , qui, qui, qui e qui ed innumerevoli altri riferimenti.

A questi resoconti Bauer e Ruggiero non aggiungono altro che appannamento. Ad esempio, il loro riassunto comincia con l'affermazione secondo cui il problema fondamentale è il fatto che “non c'è alcun test dell'HIV avallato dal gold standard”, e ciò ci spinge a sollevare subito la prima domanda: perché si dovrebbe parlare di un “test” avallato dal gold standard, se quello che è assente è il gold standard stesso? Addirittura gli autori passano ad affermare che se ci fosse un test del genere, non ci sarebbero falsi positivi (e cioè, risultati contraddittori nei test), evidentemente qualcosa di assurdo. I distinti scienziati-ricercatori sono riusciti a confondere il gold standard col test avallato dal gold standard per generare sin dall'inizio delle assurdità pressoché inestricabili.

“Questa situazione è particolarmente preoccupante nel caso dell'HIV, perché non c'è alcun test dell'HIV avallato dal “gold standard”, e la misurazione tipicamente quantificata, e cioè, i CD4, varia ampiamente per diverse ragioni che non hanno niente a che fare con l'infezione dell'HIV. Ad esempio, una persona dichiarata sieropositiva dopo essere stata vaccinata diventò sieronegativa un'altra volta dopo un certo tempo, qualcosa che non sarebbe ritenuta possibile se la sieropositività denotasse decisamente un'infezione attiva, così come comunemente si presume” (scambio tra Bauer e Ruggiero).

Si dovrebbe sapere che tutto ciò che si dice sul test avallato dal gold standard comporta una regressione infinita [N.d.T.: una spiegazione, o costruzione apparente nei termini di qualcosa che richiede anch'esso una spiegazione o una costruzione simile; tale spiegazione è quindi priva di significato]. Mettiamo che un test in grado di rilevare un certo ormone sia il test della gravidanza avallato dal gold standard perché su un milione di gravidanze, ogni volta ebbe un risultato positivo, e su un milione di gravidanze di controllo, ogni volta ebbe un risultato negativo. Poi, per convalidare il test ormonale avremmo bisogno di chiedere il modo in cui è stato accertato che c'era stata una gravidanza nei casi positivi ma nessuna nei casi negativi. Può darsi che la risposta sia che entro circa nove mesi siamo stati in grado di toccare con mano il neonato e di guardarlo. E' ragionevole dire che il test che implica “il toccare ed il guardare” sia la carta vincente del test del marker ormonale, ma è anche alquanto ragionevole domandare come mai sappiamo che in un certo numero dei casi i nostri sensi non ci tradiscono. La risposta potrebbe essere che le nostre osservazioni vengono confermate dalle osservazioni di altre persone e da strumenti che si sa che non falliscono, ad esempio quelli adoperati nel test del marker ormonale sopramenzionato. E così via in una regressione infinita o in un cerchio infinito di test che si confermano a vicenda. E' questo il motivo per il quale Cowen e Weiss, i riferimenti supremi nella maggioranza degli articoli di Bauer, ci dicono che il gold standard è sostanzialmente una questione di “consenso”:

Gold standard (standard di riferimento). Un mezzo inequivocabile per la categorizzazione, ampiamente accettato dagli esperti in questo campo, per accertare completamente la presenza o assenza di una condizione (come l'infezione dovuta all'HIV)” (Cowen e Weiss. Cfr. il commento di Eleni Papadopulos-Eleopulos alla fine della recensione a cura della Papadopulos di un'articolo di Bauer pubblicato su JPANDS).

Di conseguenza, il problema non è la mancanza del test avallato dal gold standard, questione che potrebbe essere risolta semplicemente a tavolino “accettando ampiamente” che un certo test o un certo algoritmo di test sia il gold standard. Il problema è che il test avallato dal gold standard col quale si concorda in maniera più fondamentale, e cioè, l'isolamento virale così come descritto dal Gruppo di Perth nei loro articoli sull'argomento, e anche nella maggioranza dei libri di testo di virologia, non è stato raggiunto. Il problema fondamentale non è il test mancante ma il virus mancante. Tuttavia, in solo poche righe, Ruggiero-Bauer riescono ad offuscare completamente questo semplice punto.

Così come spiegato da Wikipedia, il test avallato dal gold standard ideale sarebbe corretto al cento percento il cento percento del tempo secondo quanto sostengono tutti quelli che aderiscono al consenso e anche secondo tutti i test di conferma. Tuttavia, Wikipedia chiama ipotettico a questo test, perché anche il test avallato dal gold standard su cui si concorda, può alle volte essere sbagliato, oppure può fornire risultati contraddittori. Di conseguenza, ciò che Bauer e Ruggiero esprimono nell'affermare che un falso risultato positivo non potrebbe esserci se ci fosse un test avallato dal gold standard (nonostante si supponga che quel test venga adoperato ogni volta come riferimento) è una tautologia (il test è ritenuto corretto dovuto ad una definizione stabilita dal consenso), oppure ciò che loro intendono per test avallato dal gold standard è l'isolamento virale, un test accettato anche dai dissidenti. In ogni caso, i risultati di test contraddittori con lo stesso test o con test differenti non ha niente a che fare con l'esistenza o no del gold standard. Se ad esempio l'isolamento virale fosse il gold standard, ciò vuol dire che il Western blot e l'Elisa smetterebbero di produrre falsi positivi? No, naturalmente. Li si potrebbe far diventare estremamente precisi, ma non c'è alcuna garanzia che questo faccia sparire i problemi, come quello degli anticorpi che presentano reazioni incrociate. Dall'altra parte, se i risultati contraddittori comparissero sullo stesso test, ciò sarebbe dovuto ad un difetto nel kit del test, oppure perché l'oggetto del test è davvero sparito. Ma perché un test col gold standard dovrebbe essere intrinsecamente immune da qualsiasi di queste possibilità, mentre i test odierni non lo sono?

Potremmo opporci al fatto che questo sia ciò che Ruggiero e Bauer intendono davvero, e anche al fatto che loro attentino abilmente contro l'idea che l'infezione dovuta all'HIV sia necessariamente permanente. Purtroppo, se quello fosse ciò che cercano di fare, sarebbe qualcosa lungi dall' essere intelligente. In primo luogo, cosa c'entra la permanenza dell'infezione dovuta all'HIV con le prestazioni dei test e col fatto che ci sia un gold standard? Nel loro esempio aneddotico di un amico che ebbe un risultato positivo nei test dopo essere stato vaccinato, ma poi ebbe un risultato negativo, ci sono due possibilità:

1. L'infezione dall'HIV era temporanea ed il test rilevò correttamente la presenza dell'HIV, e poi la sua mancanza.

2. Si trattava di un falso positivo dovuto al vaccino o ad altri fattori indipendenti dall'HIV, ed i test successivi rilevarono questo come se fosse un falso positivo.

In qualsiasi caso, alla fine sarà il medico ad accertare correttamente che non ci sia motivo di preoccupazione, quindi quale problema di preciso hanno Ruggiero e Bauer con questo? Forse loro preferiscono una formulazione diversa:

1. I test presentano difficoltà tecniche con gli anticorpi che presentano reazioni incrociate e che non sono anticorpi specifici dell'HIV, in particolare in luoghi come l'Africa. Tuttavia, questo non è una novità per nessuno degli esperti dell'HIV. L'unica cosa che potrebbe essere interessante è che non ci fosse affatto il virus HI, e quindi che tutte le reazioni anticorpali fossero indipendenti da esso.

2. “L’HIV” era davvero lì ma adesso è andato via (secondo Montagnier nel documentario House of Numbers), ma i test  riescono ancora a rilevarlo. Se così fosse, ciò varrebbe a dire che c'è un virus vero, che è stato isolato, e che le sue proteine e la sua sequenza genetica sono conosciute. In altre parole, che c'è un gold standard per i test dell'HIV. Difatti, questa e' l'opinione espressa del coautore Ruggiero (di longi l'esperto con più esperienza). Lui persino rifiuta la nozione che l'esistenza di un test avallato dal gold standard voglia dire che è stato eliminato il rischio di falsi positivi:

“Qualsiasi test, per definizione, non può avere una precisione del 100%. La specificità e la sensitività sono spesso in rapporto inverso. Di conseguenza, può darsi che ci siano diagnosi non specifiche di sieropositività, come succede con qualsiasi altro test. Tuttavia, in genere, una volta risolti questi problemi, direi che in presenza di anticorpi confermati e anche in presenza del rilevamento della cosiddetta carica virale (nonostante sia spesso sopravvalutata), direi che c'è stato un incontro col virus” (risposta di Ruggiero a Celia Farber nell'intervista “Over the Rainbow” (Sopra l'arcobaleno)).

Se con la formulazione “c'è stato un incontro col virus” Ruggiero volesse lasciare aperta la possibilità che il retrovirus infettivo sia stato sconfitto e debellato, sarebbe davvero interessante sapere come mai sarebbe possibile, mentre allo stesso tempo l'HIV riesce a lasciarsi dietro anticorpi e materiale genetico affinché i diversi test dell'HIV li rilevino indefinitamente. Se quella fosse la vera teoria di Ruggiero e/o Bauer, perché mai non hanno scritto un articolo veramente originale su questa scoperta rivoluzionaria affinché PubMed ne faccia il riassunto, anziché costruire queste ragnatele complesse piene di autocontraddizioni impenetrabili?

Una questione collegata sarebbe cercare di capire come mai Bauer e Ruggiero riuscirono a fare in modo che il loro guazzabuglio superasse sia la revisione dei pari sia i direttori del giornale. Nonostante i punti più sottili dei test degli anticorpi contro l'HIV siano persi nel Giornale italiano di anatomia ed embriologia, come mai non sono riusciti a notare che la premessa che giustifica lo scritto sull'argomento in un articolo sulla dissezione per gli studenti di anatomia è completamente assurda?

“Una conseguenza importante dell'informazione inadeguata sull'epidemiologia dell'HIV è che gli studenti di anatomia possano temere una possibile infezione nei laboratori di dissezione, mentre il rischio reale è insignificante, anche riguardo i cadaveri anonimi nel Sudafrica, dove l'ipotetica incidenza dell'HIV è particolarmente alta”. (Scambio tra Ruggiero e Bauer).

Innanzitutto, come fanno gli autori a sapere che il rischio è irrilevante in diverse circostanze contingenti se non c'è alcun test dell'HIV affidabile? In secondo luogo, speculazioni vaghe sul numero di cadaveri che potrebbero avere un falso risultato positivo nei test, e anche sul numero che potrebbero avere un risultato vero basandosi nell'evidenza indiretta proveniente dall'epidemiologia, sono a malapena rilevanti o rassicuranti per gli studenti di anatomia. Se la paura nasce dall'ignoranza, come farebbe a calmare quella paura l'introduzione di ancora più confusione ed incertezze riguardo all'HIV? Una volta letto questo articolo, gli studenti dovrebbero preoccuparsi del numero reale di infezioni su tutta la nazione, ivi inclusa la propria regione, visto che sono sconosciute ed intrinsecamente inconoscibili, mentre precedentemente avevano bisogno di fare attenzione solamente al numero di infezioni reali accidentali e ai casi di AIDS risultanti veramente comparsi durante la dissezione, basandosi sugli algoritmi dei test all'avanguardia che almeno uno degli autori ritiene siano abbastanza soddisfacenti. Se secondo Bauer e Ruggiero gli studenti di anatomia sono perennemente terrorizzati, cosa potrebbe essere più rassicurante di un paio di paragrafi segnalando questo, se fosse davvero qualcosa di sconosciuto per questi studenti?