L’ESTABLISHMENT MEDICO CONTRO LA VERITÀ

(Passi tratti dal Capitolo 18 "Case not Closed", pp. 171-182 del libro “Dancing Naked in the Mind Field”,  Edizioni Bloomsbury, Londra, 2000, 222 pp.)

di Kary Mullis, Nobel per la chimica 1993

 

Kary Mullis è dottore in biochimica presso l’Università di Berkeley in California. Nel 1993 è stato insignito del Premio Nobel per la Chimica per una sua invenzione, la tecnica per analizzare il DNA chiamata Reazione a Catena della Polimerasi (Polymerase Chain Reaction, PCR, che e’ un metodo di amplificazione del DNA). Questa tecnica viene adoperata nel famoso “test Elisa” per misurare la cosiddetta carica virale (cioè, la “quantità dell’ipotetico virus”) negli ipotetici portatori. Tuttavia, lo stesso Kary Mullis – senz’altro uno dei dissidenti piu’ energici – ha detto mille di volte che la PCR non serve a misurare cariche virali, ed in un convegno tenutosi in Colombia aggiunse che avrebbe rinunciato al Premio Nobel se avesse saputo il modo in cui la sua invenzione sarebbe stata adoperata.

 

Quando nel 1984 sentii dire per la prima volta che Luc Montagnier, dell’Istituto Pasteur francese, e Robert Gallo, dell’Istituto nazionale della sanità (NIH, National Institutes of Health) americano, avevano scoperto indipendentemente l’uno dall’altro che il retrovirus HIV – virus dell’immunodeficienza umana (Human Immunodeficiency Virus) - era la causa dell’AIDS, accettai il dato come un qualsiasi fatto scientifico. Il problema non riguardava strettamente il mio settore, la biochimica, e d’altronde loro erano esperti di retrovirus.

Quattro anni più tardi lavoravo come consulente presso l’azienda Specialty Labs di Santa Monica e stavamo cercando il modo di utilizzare la PCR per individuare i retrovirus nelle migliaia di donazioni di sangue che la Croce Rossa riceveva ogni giorno. Stavo scrivendo un rapporto sull’andamento dei lavori, destinato allo sponsor del progetto, e cominciai affermando che “l’HIV è la probabile causa dell’AIDS”.

Chiesi a un virologo dello Specialty dove avrei potuto trovare referenze che confermassero il fatto che l’HIV era la causa dell’AIDS. “Non ne hai bisogno”, mi rispose. “È una cosa che sanno tutti.” “Mi piacerebbe citare qualche dato”: mi sentivo ridicolo per non conoscere la fonte di una scoperta così importante. Sembrava che tutti gli altri la conoscessero. “Perché non citi il rapporto del CDC?” mi suggerì, mettendomi in mano una copia del rapporto periodico sulla morbilità e la mortalità rilasciato dal Center for Disease Control (CDC, Centro americano per il controllo delle malattie). Lo lessi, ma non si trattava di un articolo scientifico. Si limitava ad affermare che era stato identificato un organismo, ma non spiegava come. Invitava i medici a informare il Centro ogni qual volta si trovassero di fronte a pazienti che presentavano determinati sintomi, e a testarli per individuare la presenza di anticorpi per questo organismo. Il rapporto non faceva riferimento alla ricerca originale, ma questo non mi sorprese, poichè era destinato ai medici che non avevano bisogno di conoscere la fonte delle informazioni. I medici accettavano come un dato di fatto che, se il CDC ne era convinto, doveva esistere, da qualche parte, la prova che era l’HIV a provocare l’AIDS.

Di solito si considera una prova adeguata dal punto di vista scientifico un articolo pubblicato su una rivista scientifica attendibile. Al giorno d’oggi le riviste vengono stampate su carta patinata, le loro copertine e annunci sono pieni di fotografie, contengono molti articoli scritti da giornalisti professionisti, e ci sono anche fotografie di ragazze che reclamizzano i prodotti che potrebbero essere adoperati in laboratorio. A fare pubblicità sono le aziende che offrono prodotti agli scienziati, e quelle che producono farmaci che i medici dovranno prescrivere. Di conseguenza, tutti i giornali più importanti hanno un qualche rapporto con le aziende.

Gli scienziati presentano gli articoli che descrivono le proprie ricerche. Per la carriera di uno scienziato è fondamentale scrivere articoli che descrivano il proprio lavoro e riuscire a farli pubblicare: non avere articoli pubblicati sulle riviste più quotate è una perdita di prestigio. Tuttavia gli articoli non possono essere proposti fino a quando gli esperimenti che ne supportano le teorie presentate non siano stati conclusi e valutati. Le riviste più importanti chiedono addirittura di riportare, direttamente o attraverso citazioni, tutti i dettagli degli esperimenti, in modo che altri ricercatori possano ripeterli esattamente e provino ad ottenere gli stessi risultati. Se le cose vanno diversamente, questo viene reso pubblico, e alla fine il conflitto deve essere risolto affinché, quando la ricerca verrà ripresa, si sappia con certezza da che punto si dovrebbe ripartire.

Le più qualificate tra le riviste più importanti mettono in atto un sistema di revisione. Quando un articolo viene presentato per essere pubblicato, il direttore lo spedisce in copia ad alcuni colleghi dell’autore affinché lo verifichino: sono i cosiddetti revisori. I direttori sono pagati per il loro lavoro, i revisori no, ma è pur sempre un compito che conferisce loro potere, il che in genere basta a soddisfarli.

Feci qualche ricerca sul computer, e ho appreso che né Montagnier né Gallo né altri avevano pubblicato alcun articolo descrivendo esperimenti che portavano alla conclusione che l’HIV era la probabile causa dell’AIDS.

Lessi gli articoli pubblicati su “Science”, che li avevano resi famosi come “i medici dell’AIDS”, ma tutto quello che c’era scritto, era che avevano trovato in alcuni pazienti affetti da AIDS tracce di una precedente infezione causata da un qualcosa che probabilmente era l’HIV.

Loro avevano scoperto degli anticorpi. Ma gli anticorpi contro determinati virus erano sempre stati considerati segno di malattie precedenti, non di malattie in corso.

Gli anticorpi indicavano che il virus era stato sconfitto, e il paziente era salvo. Negli articoli non c’era scritto affatto che questo virus provocava una malattia, e nemmeno veniva dimostrato che tutte le persone che avevano anticorpi nel sangue fossero malate. Difatti erano stati trovati anticorpi nell’organismo di alcuni individui sani.

Se Montagnier e Gallo non erano riusciti a trovare questo genere di prove, perché i loro articoli erano stati pubblicati, e perché è stato tanto discusso a chi doveva essere attribuito il merito della loro scoperta? C’era stato un incidente internazionale quando Robert Gallo dell’NIH (Istituto nazionale della sanità) aveva dichiarato che un campione di HIV inviatogli da Luc Montagnier da Parigi non si era poi sviluppato nel suo laboratorio. Il virus proveniente da altri campioni raccolti da Gallo e dai suoi collaboratori da ipotetici pazienti affetti da AIDS, invece, si era sviluppato. Basandosi su questi campioni Gallo aveva brevettato un test per l’AIDS e l’Istituto Pasteur l’aveva citato in giudizio. Alla fine il tribunale dette ragione all’Istituto Pasteur, ma nel 1989 c’era ancora una situazione di stallo e i due istituti continuavano a dividersi i profitti.

Esitavo a scrivere che “l’HIV è la probabile causa dell’AIDS”, perché prima volevo delle prove pubblicate che lo confermassero. La mia affermazione è stata molto limitata: nella mia relazione sui lavori in corso non volevo sostenere che il virus fosse indubbiamente la causa dell’AIDS, ma stavo solo cercando di dire che era probabile che lo fosse per motivi a noi noti. Decine di migliaia di scienziati e ricercatori stavano spendendo ogni anno miliardi di dollari nelle ricerche che si basavano su quest’idea. La ragione di tutto questo doveva pur essere scritta da qualche parte, altrimenti tutta questa gente non avrebbe permesso che le proprie ricerche si concentrassero su un’ipotesi così ristretta.

All’epoca tenevo conferenze sulla PCR in un infinità di convegni. E c’era sempre gente che parlava dell’HIV. Chiesi loro su che cosa si basasse la certezza che era questo virus a provocare l’AIDS. Tutti davano una qualche risposta e dicevano che la documentazione si trovava a casa, in ufficio, o in un qualche cassetto. Tutti lo sapevano e mi avrebbero mandato la documentazione appena rientrati. Ma non mi arrivò mai nulla: nessuno mi mandò mai una spiegazione di come l’HIV provoca l’AIDS.

Alla fine ebbi l’opportunità di porre questa domanda riguardo all’evidenza del virus a Montagnier, quando tenne una conferenza a San Diego in occasione dell’inaugurazione del Centro per la ricerca sull’AIDS (UCSD), ancora oggi diretto dall’ex moglie di Robert Gallo, la dottoressa Flossie Wong-Staal. Sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei posto questa domanda senza perdere la pazienza. La risposta di Montagnier fu un suggerimento: “Perché non cita il rapporto del CDC?”. “L’ho letto – dissi - ma non risponde realmente alla domanda se l’HIV sia la probabile causa dell’AIDS, vero?”. Montagnier ne convenne, ma io ero molto seccato. Se neanche lui sapeva la risposta, chi diavolo l’avrebbe potuta conoscere?

 Una sera ero in macchina per recarmi da Berkeley a La Jolla, quando ascoltai sulla radio pubblica nazionale un’intervista a Peter Duesberg, famoso virologo di Berkeley. Finalmente capii perché era tanto difficile trovare le prove che mettevano in rapporto l’HIV e l’AIDS: Duesberg affermava che prove del genere non esistevano. Nessuno aveva mai dimostrato che l’HIV causa l’AIDS.

L’intervista è durata circa un ora e mi fermai per non perdermi niente. Avevo sentito parlare di Peter quando frequentavo la specializzazione a Berkeley. Mi era stato descritto come uno scienziato veramente in gamba, che era riuscito a mappare una particolare mutazione in un singolo nucleotide di quello che sarebbe stato successivamente definito un oncogene. Negli anni Sessanta era una vera impresa. Peter andò avanti sviluppando la teoria secondo la quale gli oncogeni potrebbero essere introdotti nell’organismo umano da virus e provocare il cancro. L’idea ebbe successo e diventò una seria base teorica della ricerca che venne finanziata e le fu dato lo sfortunato nome di “Guerra al cancro”. Peter fu eletto “Scienziato dell’anno della California”.

Ma invece di dormire sugli allori, li incendiò. Riuscì a trovare i punti deboli nella sua stessa teoria e annunciò ai suoi stupitissimi colleghi impegnati a trovarne la dimostrazione sperimentale che era molto improbabile che ci riuscissero. Se volevano combattere il cancro, le loro ricerche avrebbero dovuto essere indirizzate in altra direzione. Ma loro, forse perché erano più interessati a combattere la loro povertà piuttosto che il cancro, o semplicemente perché non riuscivano ad affrontare i propri errori, continuarono a lavorare per dieci anni senza ottener alcun risultato dall’ipotesi dell’oncogene virale. Non riuscirono nemmeno a cogliere l’ironia della situazione: più aumentava la loro frustrazione, più se la prendevano con Duesberg per aver messo in discussione la propria teoria e per aver messo in evidenza le loro assurdità. La maggior parte di essi erano stati addestrati per ottenere finanziamenti governativi, assumere persone per fare ricerche e scrivere articoli che di solito si concludevano affermando che le ricerche dovevano essere ulteriormente approfondite seguendo le stesse linee guide, preferibilmente da loro stessi, con denaro di qualcun altro. Uno di questi era Bob Gallo.

Gallo era stato amico di Peter. I due avevano lavorato presso lo stesso dipartimento dell’Istituto Nazionale del cancro. Fra le migliaia di scienziati che si erano impegnati inutilmente per assegnare ad un virus un ruolo determinante nello sviluppo del cancro, Bob era stato l’unico tanto zelante da affermare di esserci anche riuscito. Nessuno prestò alcuna attenzione alla questione, perché lui aveva dimostrato soltanto una relazione sporadica e molto debole tra gli anticorpí contro un retrovirus innocuo, definito HTLV-1, e un insolito tipo di tumore individuato principalmente su due delle isole meridionali del Giappone.

Nonostante la sua mancanza di gloria come scienziato, Gallo era riuscito a scalare agevolmente le gerarchie, mentre Duesberg, nonostante le sue capacità, le aveva discese.

Quando l’AIDS fece la sua comparsa, fu a Gallo che si rivolse Margaret Heckler allorché il presidente Reagan decise che ne aveva abbastanza di tutti quegli omosessuali che manifestavano davanti alla Casa Bianca. La Heckler era il Ministro per l’Istruzione, la Sanità e il Welfare, e quindi il capo supremo dell’NIH. Bob Gallo aveva un campione di virus che Montagnier aveva trovato in un linfonodo di un arredatore gay parigino malato di AIDS. Montagnier aveva spedito il campione a Gallo perché lo valutasse e questi se ne era impossessato allo scopo di sfruttarlo per la propria carriera.

Margaret convocò una conferenza stampa e presentò il dottor Robert Gallo, che si sfilò lentamente gli occhiali da sole e annunciò alla stampa mondiale: “Signori, abbiamo trovato la causa dell’AIDS”!. Tutto qui. Gallo e la Heckler annunciarono che entro un paio di anni sarebbero stati disponibili un vaccino e una terapia. Eravamo nel 1984. 

Tutti gli ex cacciatori di virus dell’Istituto nazionale del cancro cambiarono le targhette sulla porta dei loro laboratori e diventarono esperti di AIDS. Reagan, tanto per cominciare, stanziò all’incirca un miliardo di dollari per la ricerca; da un momento all’altro chiunque potesse rivendicare una specializzazione medico-scientifica di qualche genere e si fosse trovato senza molto da fare fino a quel momento, trovò un impiego a tempo pieno, che mantiene tutt’oggi.

 Il nome per il virus dell’immunodeficienza umana è stato creato da un comitato internazionale nel tentativo di risolvere la disputa tra Gallo e Montagnier, che avevano dato al virus nomi diversi. Il fatto di chiamarlo HIV era una prova della scarsa lungimiranza del comitato, oltre che un errore che vanificò qualsiasi tentativo di indagare sulla relazione causale tra la sindrome da immunodeficienza acquisita ed il virus dell’immunodeficienza umana.

Duesberg, intervenendo dalle retrovie, sottolineò saggiamente sugli atti dell’Accademia nazionale di scienze che non c’erano prove attendibili sul coinvolgimento del nuovo virus. Ma è stato completamente ignorato, i suoi articoli sono stati rifiutati ed i comitati composti dai suoi colleghi cominciarono a mettere in dubbio che fosse necessario continuare a finanziare le sue ricerche. Alla fine, in quello che deve essere considerato un gesto di incredibile arroganza e disprezzo nei confronti della correttezza scientifica, un comitato di cui faceva parte Flossie Wong-Staal, che ormai era schierata apertamente contro Duesberg, decise di non rinnovare a Peter il premio di ricercatore rinomato, escludendolo così dai fondi destinati alla ricerca. In questo modo Duesberg era meno pericoloso per il crescente establishment AIDS: non sarebbe stato più invitato a convegni dove partecipavano i suoi ex colleghi.

Conviviamo con un numero incommensurabile di retrovirus. Sono dappertutto e probabilmente sono vecchi almeno quanto la razza umana dato che fanno parte del nostro genoma. Ne riceviamo alcuni dalle nostre madri sotto forma di nuovi virus, di particelle virali infettive che migrano dalla madre al feto. Altri li riceviamo da entrambi i nostri genitori, insieme ai geni. Alcune delle sequenze stabili del nostro genoma sono composte da retrovirus. Il che significa che possiamo produrre, e in alcuni casi produciamo effettivamente, le nostre particelle retrovirali. Alcune di loro possono somigliare all’HIV, ma nessuno ha dimostrato che abbiano mai ucciso qualcuno.

Ci dovrebbe essere una ragione che giustifichi la loro esistenza: una porzione quantificabile del nostro genoma contiene sequenze di retrovirus umani endogeni. C’è chi sostiene che alcune porzioni del DNA sono inutili, ma ha torto. Se nei nostri geni c’è qualcosa, ci deve essere una ragione. Il nostro organismo non permette che si sviluppino elementi inutili. Ho cercato di inserire sequenze geniche irrilevanti in organismi semplicissimi come i batteri, ma se non hanno ragion d’essere, i batteri se ne liberano. Quindi suppongo che il mio organismo, quando ha a che fare con il DNA, sia intelligente almeno quanto un batterio.

L’HIV non fece la sua comparsa all’improvviso dalla foresta pluviale o da Haiti. È semplicemente finito nelle mani di Bob Gallo nel momento in cui lui aveva bisogno di una nuova carriera. Ma l’HIV stava lì da sempre: nel momento in cui si smette di cercarlo solo per le strade delle grandi città, ci si accorge che l’HIV è sottilmente distribuito ovunque. E se l’HIV è stato lì da sempre ed è trasmissibile da madre a figlio, che senso ha cercare gli anticorpi nell’organismo della madre di chiunque risulti HIV-positivo, specialmente se l’individuo non mostra segni di malattia?

Immaginatevi un ragazzo nel cuore degli Stati Uniti il cui sogno è arruolarsi nell’aviazione dopo la laurea e fare il pilota. Non ha mai usato droghe e per tutto il liceo ha avuto la stessa fidanzatina, con la quale ha tutte le intenzioni di sposarsi. Ad insaputa sua, e di chiunque altro, ha anche degli anticorpi per l’HIV, che ha ereditato dalla madre, tuttora viva, quando era nel suo ventre. È un ragazzo sano, e la cosa non gli ha mai creato alcun problema, ma quando l’aviazione lo sottopone al test di routine per l’HIV le sue speranze e i suoi sogni crollano. Non solo la sua richiesta di arruolamento viene respinta ma su di lui pesa anche una sentenza di morte.

Il CDC ha definito l’AIDS come una malattia fra le oltre trenta connesse ad un risultato positivo al test per individuare gli anticorpi per l’HIV. Ma se non vengono individuati gli anticorpi queste stesse malattie non vengono definite AIDS. Se ad esempio una donna HIV-positiva sviluppa un tumore all’utero, la si considera malata di AIDS. Un uomo HIV-positivo con la tubercolosi ha l’AIDS, mentre se risulta negativo al test ha solo la tubercolosi.

Se vive in Kenya o in Colombia dove il test per l’HIV è troppo costoso, ci si limita a presumere che abbia gli anticorpi, e quindi l’AIDS. In questo modo può essere curato in una clinica dell’OMS, che in alcuni posti è l’unica forma di assistenza medica disponibile. È gratuita, dato che i paesi che finanziano l’OMS hanno paura dell’AIDS. Se lo consideriamo come un’opportunità per diffondere l’assistenza medica nelle aree dove vive la gente povera, l’arrivo dell’AIDS è stata una fortuna. Non li avveleniamo con l’AZT come facciamo con i nostri concittadini, perché costerebbe troppo. Ma forniamo loro le cure per una ferita da machete sul ginocchio sinistro, e la chiamiamo AIDS.

Il CDC continua ad aggiungere nuove malattie alla definizione generale dell’AIDS: praticamente hanno manipolato le statistiche per far sì che la malattia appaia in continua diffusione. Nel 1993, per esempio, il CDC ha enormemente allargato la definizione di AIDS. Si tratta di una scelta gradita alle autorità locali, poiché grazie al Ryan White Act (una legge approvata nel 1990 che garantisce assistenza ai malati di AIDS, N.d.T.) ricevono dallo Stato 2500 dollari all’anno per ogni caso di AIDS segnalato.

Nel 1634 Galileo fu condannato a trascorrere gli ultimi otto anni della sua vita agli arresti domiciliari per avere scritto che la terra non è il centro dell’universo ma, al contrario, ruota attorno al sole. Fu accusato di eresia, perché sosteneva che un dato scientifico non dovrebbe avere niente a che vedere con la fede. Tra qualche anno il fatto che noi abbiamo accettato la teoria secondo la quale l’AIDS sarebbe causata dall’HIV, sembrerà una sciocchezza, come a noi sembrano sciocche le autorità che hanno scomunicato Galileo. La scienza, così come è praticata oggi nel mondo, ha ben poco di scientifico. Ciò che la gente chiama “scienza”, probabilmente, non è molto diverso da quello che veniva chiamato scienza nel 1634. A Galileo fu chiesto di ritrattare le sue convinzioni, altrimenti sarebbe stato scomunicato. Chi rifiuta di accettare i comandamenti imposti dall’establishment dell’AIDS, si sente dire più o meno la stessa cosa: “Se non accetti il nostro punto di vista, sei fuori.”

È una delusione vedere come tanti scienziati si siano rifiutati nel modo più assoluto di esaminare in modo obiettivo e spassionato i dati disponibili. Diverse riviste scientifiche autorevoli hanno rifiutato di pubblicare una dichiarazione con cui il Gruppo per la rivalutazione scientifica dell’ipotesi HIV/AIDS si limitava a chiedere “un’attenta verifica dei dati disponibili a favore o contro questa ipotesi”.

 Affrontai pubblicamente questo tema per la prima volta a San Diego, nel corso di un convegno dell’Associazione americana dei chimici clinici. Sapevo che mi sarei trovato tra amici e dedicai all’AIDS una piccola parte di un lungo intervento, non più di un quarto d’ora. Dissi come la mia incapacità di trovare una qualsiasi prova avesse stuzzicato la mia curiosità. Più ne sapevo, più diventavo esplicito. Non potevo rimanere in silenzio: ero uno scienziato responsabile ed ero convinto che ci fossero persone che venivano uccise da farmaci inutili. Le risposte che ricevevo dai miei colleghi spaziavano da una blanda accettazione a un esplicito astio.

Quando sono stato invitato a Toledo dalla Federazione europea di ricerca clinica per parlare della PCR, dissi loro che avrei preferito parlare dell’HIV e dell’AIDS. Non credo che, quando accettarono, avessero capito esattamente in che cosa si stavano cacciando. Ero arrivato a metà del mio intervento quando il presidente della società mi interruppe bruscamente, suggerendomi di rispondere alle domande del pubblico. Il suo atteggiamento mi sembrò molto sgarbato e assolutamente inappropriato, ma, che diavolo! avrei risposto alle domande. Lui aprì il dibattito e poi decise che avrebbe posto la prima domanda personalmente. Ma io mi rendevo conto che mi stavo comportando da irresponsabile? Che la gente che mi sentiva parlare avrebbe potuto smettere di usare i profilattici? Gli risposi che le statistiche, piuttosto attendibili, rilasciate dal CDC mostravano che, almeno negli Stati Uniti, solo i casi di malattie veneree conosciute erano in aumento, il che dimostrava che la gente non usava i profilattici, mentre i casi di AIDS, attenendosi alla definizione originaria della malattia, erano in diminuzione. E quindi, no, non ritenevo di essere un irresponsabile. Il presidente decise che poteva bastare e interruppe bruscamente l’incontro.

Ogni qualvolta mi trovo a dover affrontare questo argomento, la domanda che mi viene posta è sempre la stessa: “se non è l’HIV a causare l’AIDS, allora cos’è che lo fa?”. La risposta è che non so rispondere a questa domanda, più di quanto sappiano farlo Gallo o Montagnier.

Il fatto che io sappia che non c’è alcuna prova del ruolo dell’HIV nell’AIDS, non fa di me un’autorità sulle cause reali della malattia. È indiscutibile che, se una persona ha contatti molto intimi con numerosi individui, il suo sistema immunitario è destinato a entrare in contatto con numerosi agenti infettivi. Se una persona ha trecento contatti sessuali all’anno - con persone che a loro volta hanno trecento contatti sessuali all’anno - questo significa che ha novantamila possibilità in più di contrarre una qualsiasi infezione rispetto ad una persona che ha una relazione monogamica.

Immaginate al sistema immunitario come se fosse un cammello: se lo caricate troppo, stramazza.

Negli anni Settanta c’era un numero non indifferente di uomini che si spostavano di frequente e avevano uno stile di vita promiscuo, scambiavano fluidi corporei, condividevano droghe e facevano una vita alquanto spericolata. È probabile che un omosessuale che viveva in una grossa città fosse esposto a praticamente qualsiasi agente infettivo che avesse mai vissuto in un organismo umano. In effetti, se uno dovesse organizzare un piano per raccogliere tutti gli agenti infettivi esistenti sul pianeta, potrebbe costruire dei bagni turchi e invitare gente molto socievole a frequentarli. Il sistema immunitario reagirebbe, ma sarebbe stroncato dal numero degli avversari. Il problema scientifico si mescola con quello morale, ma quello che sto dicendo non ha niente a che vedere con la morale.

Non parlo di “punizione divina” o di altre assurdità. Un segmento della nostra società stava sperimentando un certo stile di vita e le cose non sono andate come previsto, perché si sono ammalati.

Un altro segmento della nostra società così pluralista, chiamiamoli medici/scienziati reduci della guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti, ha scoperto che la storia del virus funzionava, cioè, funzionava per loro.

Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi.